Una resa dei conti con i propri demoni: Nick Cave and the bad seeds @ La prima estate 2026 (Camaiore)

Non è un concerto. Non lo è mai stato. Chi lo scrive lo ha già visto tre volte. Il personaggio d’altronde incute tutto il rispetto di questo mondo (e anche dei mondi a venire). Nick Cave torna in Italia con i suoi Bad Seeds capitanati dallo ieratico Warren Ellis con cui Cave ha scritto e pubblicato Carnage, un tipo alla Rick Rubin che se ne va in giro da polistrumentista qual’è, con completi eleganti, scarpe aguzze neanche volesse scarnificare qualcuno, e ghigno sardonico da scienziato pazzo, un mix perfetto per essere l’altra metà del cielo. Tutti vestiti eleganti, come da prassi, in completo scuro ad eccezione delle coriste che essendo già di colore vengono giustamente esaltate dal bianco. Non pende un capello si direbbe, a parte quelli di Ellis che invece strabordano in ogni dove. La serata è calda per cui diventa impossibile non approfittare del mare (al di là della statale) e dei suoi frutti (per una volta meglio mandare al diavolo i soliti hamburger per qualcosa di immensamente più godurioso). Siccome ai peccati di gola faccio fatica a resistere arrivo sul luogo del concerto giusto una mezzoretta prima di nostro signore delle anime e mi perdo per la seconda volta Emiliana Torrini. L’avevo mancata una quindicina di anni fa a Birmingham quando era appena uscito “Me and Armini” un disco che mi aveva incuriosito. Peccato, più che la musica poté la carbonara di mare.

Il nostro si fa attendere. Quando decide di manifestarsi mi scappa un sorriso pensando al caldo tropicale della serata ed al suo vestito inappuntabile da matrimonio come diavolo farà a resistere solo Dio può saperlo.

Ma c’è poco da distrarsi, una solenne “From her to eternity” con la batteria in bella evidenza fa capire che non ci sarà niente da ridere stasera, solo intensità, ritmo, pathos, commozione. La conferma arriva con la seguente “Train long suffering” che fa da tutt’uno con il brano precedente scaldando la platea.

Con Wild God si entra nel vivo della serata. Cave si dimena, si agita, corre e percorre il palco in tutta la sua lunghezza quasi a volere comunicare con tutti senza lasciare fuori nessuno. Nessuno deve sentirsi escluso! Poi il primo miracolo: Cave da una parte e Ellis dall’altra l’uno dirimpetto all’altro eseguono “O Children” in una atmosfera che di colpo si fa rarefatta, anche il mare si concede un sospiro durante questa esibizione ed i brividi tornano a mostrarsi vincendo la loro atavica vergogna.

Dotato di un magnetismo eccezionale che gli permette di penetrare le persone, ed una personalità fuori dal comune, Nick Cave dirige il suo gruppo come un capitano in mezzo al mare che non perde mai la bussola e sa come uscire dalle tempeste, soprattutto quelle dell’anima. Qualche impropero a Pisa (dove evidentemente è atterrato) e al clima impossibile della serata, spesso fa ricorso ad un’asciugamano, il nostro pare già sciolto quando esegue con Ellis al piano Carnage, nella loro splendida solitudine. La serata prosegue con un momento inaspettato, l’esecuzione di “Henry Lee” da Murder Ballads, uno dei tanti dischi tematici di Cave, accompagnato da Janet Ramus che non me ne voglia ma P.J. Harvey è altra cosa. Ho provato a chiudere gli occhi con la speranza di sentire la voce di Polly in un brano che è rimasto indelebile e di sicuro non mi sarei aspetto in scaletta. Adesso siamo nella parte focale del concerto, dove passano in sequenza i brani che hanno fatto del del “Re Inkiostro” una leggenda: Red Right Hand, cupa e marziale, saccheggiata mi dicono, da qualche serie, una sofferta The mercy seat (poteva non esserlo?) sempre presente nelle performance dell’australiano.

Si giunge così all’apice della serata con l’esecuzione di “Jubilee Street” in un crescendo pazzesco che solo Cave sa rendere unico. Ci si sente svuotati dopo un pezzo del genere. i Bad Seeds non sbagliano praticamente niente in uno spartito ormai digerito a memoria con Ellis sempre in trance agonistica, che si trovi tra le mani un violino, un pianoforte, una campana. Che meraviglia! Una Hollywood convincente chiude la serie prima dei quattro bis in scaletta tra cui le immancabili “The weeping song”profonda ed evocativa e la sognante“Into my arms”.

Chi non c’era ha perso l’occasione non di scoprire un autore raffinato e originale. Ha mancato di compiere un viaggio dentro di sé per far luce sui propri abissi. Questo è quello che rappresenta una serata del genere. Adesso lasciatemi solo, devo fare i conti con i miei demoni.

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