


The Cure a Firenze: certi regali non si dimenticano.
Finalmente li ho visti dal vivo.
E già per questo dovrei ringraziare i miei amici, perché il biglietto per questo concerto è stato un loro regalo. Uno di quelli che non finiscono in un cassetto, ma diventano un ricordo da portarsi dietro per anni. Dopo tanto tempo passato ad ascoltare i The Cure e a pensare “prima o poi li vedrò”, ieri sera quel momento è arrivato. E l’emozione è stata fortissima. Robert Smith è salito sul palco con il suo immancabile trucco agli occhi sbavato, il rossetto rosso messo apparentemente senza l’aiuto di uno specchio e quei capelli che sembrano sfidare il tempo. Tutto come me lo aspettavo. Eppure l’ho trovato diverso: meno personaggio e più uomo. Meno dark anni ’90 e più semplicemente Robert. Qualche chilo in più, certo, ma un fascino che il tempo non ha minimamente scalfito. E poi ho fatto una scoperta che non avrei mai immaginato: Robert Smith balla esattamente come mio marito. Una rivelazione. Stessi movimenti un po’ ondeggianti, stesso entusiasmo, stessa totale indifferenza verso qualsiasi regola della danza. A quel punto ho capito che il mio apprezzamento per Robert Smith ha radici profonde: in fondo mio marito mi ha conquistata anche ballando.
La scaletta è stata un viaggio meraviglioso: da Alone a Pictures of You, da Lovesong a Just Like Heaven, passando per Burn, A Forest,In Between Days e tante altre. Ogni canzone accendeva un ricordo, un coro, un brivido.
Poi sono arrivati i bis e lì è stata festa vera. Friday I’m in Love, The Lovecats, Close to Me,Why Can’t I Be You?… impossibile restare fermi.


E infine Boys don’t cry. Cantata da migliaia di persone con la stessa intensità di chi la ascolta da una vita. Un finale perfetto per una serata che mi ha regalato sorrisi, ricordi e qualche brivido. Quindi grazie ai miei amici per il regalo, grazie ai The Cure per la colonna sonora di intere generazioni e grazie a Robert Smith per avermi confermato che si può essere affascinanti anche ballando come mio marito